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Poco prima di avere Viola, ero già pronta alla débacle fisica più tremenda.

Non so perché ma tutti – dentisti, parrucchieri, oculisti – si erano premurati di dirmi che, dopo il parto, al mio fisico sarebbero successe le peggiori cose.

“Ti si carieranno i denti, perderai un sacco di capelli, perderai diotrie” – che nel mio caso, avrebbe voluto dire raggiungere praticamente la cecità.

Non è successo nulla di tutto questo. E’ successa invece una cosa di cui nessuno mi aveva avvertita: la mia testa non sarebbe più stata solo per me, per le mie cose, per il mio lavoro, come ero bellamente ed egoisticamente abituata.

Dopo 9 mesi, il mio cervello si sarebbe trovato a ritenere e a gestire simultaneamente una quantità di informazioni, dati, orari e altro mai visti prima. Il primo impatto è stato che ho cominciato a perdere pezzi per strada, a metterci il doppio del tempo per organizzarmi.

Ho iniziato a pensare che, invece di perdere denti o capelli, stavo perdendo il mio QI. Insomma non ero più io, quella super organizzata, che aveva tutto sotto controllo, che quando voleva fare una cosa la faceva e basta.

La svolta è stata quando, alla fine, ho capito e (quasi) accettato che non mi sarei mai più sentita libera come prima, almeno non nel senso di Anna pre-Viola. E che non ci sarebbe mai più stato un momento in cui sarei riuscita ad avere la testa tutta per me. Ora in cima ai miei pensieri c’è solo lei. E’ una dipendenza che non avevo mai provato, la prima, vera e buona.

Cervello 1: Sì va bene, vi preparo il comunicato. Cervello 2: Avrò portato il cambio dell’asciugamano a scuola? A che ora è che devo passarla a prendere?

Ok, ok, va tutto bene. Respira.

Ho una figlia di soli sei anni, ma quando sento i ventenni parlare di lavoro e futuro non riesco a non correre in avanti con la mente e a non pensare al mondo che avrà davanti lei alla loro età, ai discorsi e alle riflessioni che farà – se saranno le stesse su paure e ambizioni dei ventenni d’oggi e, soprattutto, già mi domando come si porrà di fronte a impegno, difficoltà e incertezze.

Adesso che si avvicinano le Olimpiadi, i giornali si riempiono di interviste alle giovani promesse che si esprimono più o meno tutti alla stessa maniera, sia su se stessi, sia sui loro coetanei che non fanno la “vitaccia” che invece viene richiesto a giovani di quel livello: a letto presto, niente disco il sabato sera se la domenica si è di allenamento, incontri con fidanzati/e se possibile e comunque compatibilmente con gli impegni sportivi.

E sui loro coetanei dicono:

Quello che manca alla mia generazione è un po’ di coraggio, quello di non legarsi al posto fisso.

Se non nuotassi, farei il carpentiere o l’elettricista. Sicuramente non si può aspettare e nel frattempo vivere sulle spalle dei genitori.

(da un’intervista a quattro atleti olimpici apparsa su Style)

E, secondo una ricerca raccolta in un articolo di Flavia Fiorentino, pare che la resistenza al sacrificio provenga non solo da un carattere innegabilmente resistente, ma anche dall’educazione della famiglia, dai valori trasmessi e, in particolare, dalla figura della madre.

Perché rispetto, passione, sacrificio, lavoro di squadra sono valori sociali prima ancora che sportivi, portati avanti attraverso la prima e più importante agenzia di socializzazione: la famiglia e, al suo interno, dalla madre.

Maria Luisa Agnes, in un articolo di un paio di giorni fa, ha sottolineato un nuovo modello di comunicazione, basato su un modello femminile:

Un coro di mamme di atleti che, interrogate sulla loro presenza dietro le quinte, ne approfittano per stilare una specie di carta dei nuovi valori – disciplina, rispetto, senso del futuro, passione, costanza – che può tornar utile in un mondo in trasformazione e in difficoltà nel trasferire il timone alle nuove generazioni.

 

 

 

Mi sono ritrovata a fare la freelance quasi per caso. Nel 2008 avevo appena concluso un’esperienza lavorativa di sette lunghi anni che mi aveva praticamente sdrenata.

Qualche giorno dopo le mie dimissioni, mentre gironzolavo pigramente per casa domandandomi cosa ne sarebbe stato di me, ho ricevuto una telefonata da una mia amica che, dall’ospedale dove aveva appena partorito, mi chiedeva di andare in agenzia da lei (cioè dai suoi collaboratori, perché lei appunto in quel momento era affaccendata in altre faccende) a dare una mano. Insomma, le classiche situazioni da agenzia dove tutto è urgente e tutto era per l’altro ieri. Guardandomi allo specchio in tuta e calzini, a essere sincera non trovavo, in quel momento, alcun motivo per dirle di no.

Così mi sono presentata qualche giorno dopo sulla porta di quell’agenzia dove non conoscevo nessuno. Io guardavo con occhi perplessi questi miei nuovi (e di lì a poco) futuri colleghi e loro guardavano me con un misto di ma-questa-chi-è-ma-va-bene-lo-stesso-basta-che-ci-aiuti.

Avevo appena lasciato un’agenzia per ritrovarmi, praticamente una settimana dopo, catapultata in un’altra.  Il mio spirito però era del tutto diverso, perché non avevo veramente ancora deciso che cosa avrei fatto nella mia vita e perché sapevo benissimo che quella sarebbe stata solo un’occupazione tappa-buchi per la mia amica e ossigeno-al-portafogli per me per qualche mese.

A 30 anni, al primo vero giro di boa della vita, ho pensato che forse ogni 10 anni avviene una specie di ricambio – come i serpenti, si cambia pelle. O meglio, loro lo fanno naturalmente, noi dobbiamo analizzare i nostri nuovi bisogni, chiederci da che parte vogliamo andare, cosa dobbiamo cambiare e, con il cambiamento, dove dobbiamo rischiare. Insomma, siamo più incasinati dei serpenti. Se poi si mettono di mezzo anche le paure, i dubbi, la poca fiducia in se stessi, il percorso può diventare ostico, a volte anche lungo.

Una cosa che ho imparato è che non bisognerebbe mai arrivare troppo in là, tirare troppo la corda con noi stessi. L’esperienza con noi stessi ci dovrebbe insegnare ad accorgerci presto del disagio e a fare subito qualche tentativo per reagire.

Non so se è la crisi dei 40 anni che si sta facendo sentire prima (o forse dentro sono più vecchia della mia età anagrafica?), però ho trovato azzeccatissimo questo post sulla “Midlife crisis” che mi ha fatto riflettere e mi ha fatto provare il piacere di dire: “era proprio quello che cercavo” – come quando entri in libreria per caso e, sempre per caso, prendi in mano il libro giusto, quello che ti fulmina con qualche frase letta qua e là.

 

Ascoltavo l’altro giorno un intervento su cosa sia il “work-life balance” per le donne e per gli uomini. Manco a dirlo, i due sessi intendono l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata in maniera diversa: se per le donne è importante conciliare lavoro, affetti, famiglia e relazioni sociali, per gli uomini sono gli hobby, gli sport e il networking (dove qui si intendeva una rete di rapporti costruita per motivi professionali) a fare da padrone assieme alla loro carriera.

Mi viene da dire che le donne hanno sempre lavorato, e molto, e che si sono sempre occupate di tante e varie cose. E che non è da oggi che riflettiamo sulla complessità delle loro (nostre) vite. Perché sono composite, perché mettono insieme cose e persone che ad uno sguardo esterno potrebbero anche sembrare quasi estranee tra loro. Perché è già di per sé un lavoro anche il solo fatto di “tenere insieme”, di creare un’armonia magari là dove prima non c’era, una connessione e un rapporto dove ieri era impensabile.

Con un passato che parla di grandi lavoratrici e un presente che racconta di donne saltimbanco, sapremmo bene come fare a meno della riunione del lunedì mattina, della presenza forzata in ufficio per “far vedere” che si lavora molto.

Conosco diverse donne che si sono create da sole un ambiente di lavoro in cui possono decidere i propri tempi, magari alternando la faccenda domestica con la scrittura, la preparazione di un progetto con la corsa al supermercato. Di questo è fatto il mondo lavorativo di molte donne che, come me, non hanno trovato nell’ambiente pre-confezionato dell’impiego fisso un posto dove poter produrre meglio e di più.

Sì, perché le donne lavorano meglio se accanto alla professione possono vivere il privato e gli affetti. Peccato che questo sia ancora poco recepito dai datori di lavoro – e, ironicamente, anche dalle “datrici” – e che si debba ancora oggi usare tutta la nostra creatività, coraggio e forza di volontà per costruirsi da sole quello che il mondo del lavoro “ufficiale” non vuole ancora capire.